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-Il mondo del gioiello contemporaneo è limitato a pochi?
La risposta è ovviamente sì, ma la vera domanda non è se il mondo del gioiello contemporaneo sia più o meno piccolo (anche perché piccole realtà possono talvolta essere altamente produttive e appaganti per chi ci lavora), ma se attualmente esso risulta soddisfacente al mantenimento e allo sviluppo di questa specifica area lavorativa.
Oggi la società si è trasformata profondamente. Ciò che qualche anno fa ci appariva immutabile, ora non ha più valore o semplicemente non esiste più.
Le cose cambiano e la gente cambia con loro in un arco di tempo sempre più breve. Siamo in grado di affrontare questo mutamento?
In quale modo rispondiamo alla difficoltà di comprensione del nostro lavoro?
Come rispondiamo al cambio generazionale dei nostri fruitori e alle loro esigenze?
Come rispondiamo al nuovo ruolo che il gioiello ha nella società moderna?
Queste ed altre sono le domande a cui il nostro settore dovrebbe rispondere, per non rimanere escluso da un mondo in continua evoluzione, che non ammette oasi incantate, lontane dalla gente e a volte volutamente fuori mercato.
Se questo piccolo mondo del gioiello contemporaneo riuscirà a trovare la chiave di questo dialogo, allora potrà sviluppersi in una realta veramente produttiva, altrimenti temo che, a breve, nonsotante i tanti sforzi fin qui compiuti, non riuscirà più a dialogare neanche con sé stesso.
- La relazione tra designer e gallerie è di reciproca necessità, ma il designer sembra essere insoddisfatto. Quand'è che il designer deve considerare un nuovo tipo di rapporto? Perché non emergono nuove alternative? Si tratta forse dell'incapacità di raggiungere nuovi accordi o è perché il designer si è adattato allo stato della situazione attuale?
Anche qui cerchiamo di vedere le cose da un altro punto di vista. La relazione tra designer e gallerie è una delle tante relazioni che compongono il mondo del gioiello contemporaneo, non è l'unica.
È spesso vero che il rapporto desinger-gallerie-designer non è sempre all'altezza delle aspettative, ma sarebbe ingiusto e controproducente far ricadere tutta la responsabilità unicamente su questi due soggetti.
Non si può scaricare solo sulle gallerie o sui designer tutte quelle carenze culturali di una società, che rendono povero il terreno dello sviluppo e delle trattative. È ovvio che lavorando su di un prodotto dagli alti contenuti culturali, se il mercato è piccolo per mancanza di una sua educazione, lo spazio per accordi risulta limitato e di conseguenza l'avventurarsi alla ricerca di soluzioni nuove, senza garanzie minime, diventa troppo rischioso per tutti.
- Con Internet e la liberalizzazione delle informazioni, le gallerie hanno perso il loro potere in quanto chiunque ha accesso ad ogni tipo di informazione che da sempre erano considerate polvere d'oro. Quando riusciremo a capire che siamo gli unici a poter cambiare le cose? È forse l'unico modo che ciascuno di noi si assuma delle responsabilità?
Mai come oggi, tutti i soggetti in possesso di cultura, e questo vale anche per la cultura informatica, hanno acquistato potere a scapito di chi questa cultura non la possiede. Capacità di essere informati e di informare, questa è oggi la vera potenza e questo vale per le gallerie come per i designer. Questo è e sarà la vera chiave di successo per ognuno di noi.
- Stiamo aspettando qualcuno che ci salvi dai nostri mali; qualcuno che possa difenderci mentre rimaniamo indietro. Quando riusciremo a capire che per poter cambiare le cose dovremo iniziare a decidere in prima persona e cambiare il nostro atteggiamento?
Aspettare il salvatore, di norma non è mai una cosa saggia; si potrebbe annegare in due!
- È una questione di professionalità?
Assolutamente si. Non c'è più spazio per l'improvvisazione. Lavorare oggi richiede sempre di più competenze specifiche, sempre di più conoscenza dei meccanismi che regolano la società e il mercato. In poche parole c'è sempre più bisogno di professionalità.
- Accettiamo situazioni prestabilite, ma non siamo d'accordo… Cosa c'è che non va?
Accontentarsi di come vanno le cose ritengo, personalmente, sia un pratica remissiva e controproducente. Certo spesso non siamo d'accordo sul come funzionano le cose, ma forse dipende anche un po' da noi farle cambiare.
- Il gioiello contemporaneo si muove in un mercato alquanto limitato per svariati motivi, incluso il fatto che non muove grandi quantità di denaro. Il mercato dovrebbe essere espanso… ma come?
Anche qui, vorrei partire da una visione più generale per comprendere meglio le dinamiche di questo piccolo mondo. Per prima cosa capiamo in quale contesto ci stiamo muovendo.
A metà del secolo scorso, il gioiello contemporaneo muoveva i suoi primi passi in un contesto sociale più chiaro e definito.
Avevamo una società borghese fortemente conservatrice, fondata su valori forti e bene radicati, poco incline a modificare il suo concetto di vita e i suoi simboli. C'era però un'altra parte della società che sotto la spinta della ricostruzione post-bellica si apriva ad una cultura innovatrice capace di cogliere le opportunità che il nuovo mondo offriva. In questo contesto, i pionieri del gioiello contemporaneo ebbero pur con le loro difficoltà, vita facile e feconda. Avevano una starda, per così dire, già segnata. Il loro compito era quello di reinventare un linguaggio espressivo di forte rotture nei confronti di un establishment conservatore.
L'industria, nuovi tipi di materiali, nuove tecnologie, nuove scoperte scientifiche, una concezione del mondo sempre più democratico, queste erano le sfide che avevano davanti i desgner.
E tutte queste insieme stavano crescando e consolidandosi. Nuovi mercati si aprivano, nuovi clienti si formavano a quella cultura fatta di innovazione e ricerca, l'economia era in forte crescita. Basti pensare, durante gli anni settanta e ottanta, alla collaborazione feconda che ci fu tra industria e creatori.
Per quei pochi designer pionieri fu relativamente facile affermarsi e progredire con successo. Oggi purtroppo, ci troviamo in una situazione in cui non è più cosi semplice individuare la strada giusta.
La nostra società ha cambiato radicalmente pelle, la cultura innovatrice ha assunto connotati profondamente diversi da quella dello scorso secolo, l'economia è in profonda stagnazione. È indubbio quindi, che il mondo del gioiello contemporaneo oggi, si trova ad affrontare una sfida difficilissima e del tutto non scontata nei risultati..
Ovviamente in questo cambiamento totale delle società, il gioiello quale simbolo non poteva esimersi dal modificare radicalmente la sua natura. Qual'è allora il valore del gioiello oggi? Rappresenta la stessa cosa che rappresentava una volta? Probabilmente no. Le industrie, la moda, hanno prodotto una cultura sempre più "democratica" del gioiello rimuovendone il suo valore simbolico e ancestrale.
In una società sempre più superficiale, il gioiello è stato spogliato di qualunque valenza culturale che ne inficiasse la diffusione più ampia possibile. In un articolo pubblicato qui su Klimt, Ramon Puig Cuyas ben evidenzia la difficoltà del gioiello di essere il solo interprete dei nostri tempi.
Infatti, Puig Cuyas dice che oggi giorno il gioiello deve dividere il ruolo di simbolo in una società con altri oggetti ancora più simbolici, quali auto, telefonini, internet. L'uomo contemporaneo può vivere perfettamente senza ornamenti o gioielli, ma se non è connesso ad un computer non ha una identità.
Qual'è allora il ruolo e il significato del gioiello in una civiltà che si apre al XXI secolo, fondata sui soldi e sulla la tecnologia?
Questo quindi il conteso nel quale il gioiello contemporaneo si trova a operare.
Un ambito nel quale cultura e mercato sono diventati elementi determinanti ed inscindibili per il successo o l'insuccesso.
Se intendiamo il gioiello quale bene vendibile, basterebbe affidarci alla scienza del marcketing per risolvere tutti i nostri problemi. Ma nella realtà non è così, o almeno in parte.
Ad esempio, basti pensare che la storica clientela del gioiello contemporaneo, fatta di collezionisti, sta via via scomparendo per lasciare spazio ad una nuova generazione di supporter del gioiello d'arte, purtroppo non in grado di sostenere economicamente gli alti costi richiesti. E come se non bastasse, questa cerchia di nuovi sostenitori è anche molto esigua dato che il resto della società non possiede quegli strumenti culturali necessari ad una comprensione delle nuove forme d'arte contemporanea. In che modo rispondere a questa evoluzione?
Quanto all'esperienza di "Chi ha paura?", è strano pensare che tale esperimento, volto alla commercializzazione del gioiello contemporaneo attraverso l'organizzazione di tutte quelle procedure tipiche per la vendita di un normale prodotto, quali ad esempio la produzione di multipli, stoccaggio, packaging, foto, materiale pubblicitario, agenti, negozi, ecc., insomma tutto ciò che serve per commercializzare nel migliore dei modi un prodotto, non abbia funzionato. Perche?
Le spigazioni potrebbero essere diverse, i prezzi "alti", la non comprensione da parte della clientela del perché un prodotto minimale, sobrio, fatto di materiali alternativi, dovesse costare così "tanto". Per la maggior parte della gente, moderno ed austero significano economico.
Questo evidenzia chiaramente che per vendere un gioiello contemporaneo, non sono sufficenti i normali strumenti promozionali, ma ci vuole ben altro.
- Perché il gioiello contemporaneo è poco conosciuto?
A mio avviso, l'unica strada percorribile, dovrebbe essere quella di una reale presa di coscienza e assunzione di responsabilità da parte del nostro settore nell'affrontare le difficolta incontrate, e contestualmente una sollecitazione forte a tutte quelle istituzioni che hanno il dovere di educare e sostenere la società nel suo sviluppo. Ognuno nei ruoli e nelle competenze che sono prorpie.
Mi riferisco principalmente al compito delle scuole e delle istituzioni che hanno l'enorme responsabilità di creare quelle condizioni culturali per lo sviluppo di quei settori commerciali dall'alto valore aggiunto.
Se non riusciremo ad avere l'appoggio forte e convinto da parte di musei, scuole, organizzazioni governative e anche di associazioni, temo che qualunque sforzo da parte nostra sarà vano.
Alcune nazioni hanno compreso questa necessità, altre sono ancora ben lontane. Ed in un panorama lavorativo sempre più internazionale, avere nazioni dove non è possibile portare avanti la propria arte, significa andare contro le più basilari leggi di mercato e di sviluppo.
Purtroppo i singoli stati oggi sono molto sofferenti in ordine a finaziamenti e molto sordi nell'ascoltare le istanze di piccoli gruppi "economici", figuriamoci "artistici". Dovremmo quindi organizzarci in un soggetto unico internazionale che meglio potrebbe dialogare con le istituzioni europee al fine di promuovere, poi, nei singoli stati, tutte quelle azioni efficaci per creare le reali condizioni di crescita di questo settore.
- Com'è il mercato? È sufficiente vendere?
Ritengo che sia giunta l'ora di comprendere che le cose sono profondamente cambiate. I designer e le gallerie oggi si trovano a confrontarsi con una concorrenza inimmaginabile solo qualche anno fa ed un mercato in forte crisi.
Ci piaccia o no, oggi il prezzo è l'elemento determinante, indipendentemente dalla più o meno notorietà del designer.
Siamo noi a decidere il prezzo, ma è il mercato che determina se il gioiello sarà venduto oppure no.
Comprendo perfettamente le enormi difficolta e le frustazioni che si incontrano nel determinare il corretto valore di un gioiello, ma oggi non siamo più nella condizione di poter stabilire un prezzo senza il rischio di imbattersi nella non vendita.
- Internet è una soluzione? Dovremmo pagare?
Internet è uno dei tanti strumenti ma non potrà mai essere la sola soluzione. Sarà uno strumento sempre più importante, ma non può essere considerato l'unico. È ovvio che come tutti gli strumenti che utilizziamo per lavorare, se lo consideriamo necessario e quindi utile, possiamo pensare di pagare. Quanto siamo disposti a pagare è un'altra faccenda.
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